ECOLOGICA-MENTE
Attualità - Scritto da Lecce Web - 29-01-2003
L'affondamento della Prestige nei mari della Galizia, 26 anni di navigazione contro i 10-15 previsti dale istituzioni marittime, evitabile perchè già sanzionato dalle autorità di N.Y. e Rotterdam, rappresenta l'ennesimo affronto dell'uomo nei confronti della natura e riaccende la questione dei danni provocati dall'inquinamento. L'ennesimo affronto dunque che la natura restituirà più o meno lentamente all'uomo: la macchia nera della larghezza di 70 km, corrispondente a 77.000 tonnellate di combustibile altamente inquinante perchè composto di una percentuale di zolfo superiore a quella in uso nella UE, sarà la condanna economica dell'80 % della popolazione residente nei 500 km della Costa della Morte (appellativo attribuibile all'alto numero di naufragi degli ultimi decenni).
In cifre:
- 18 specie colpite tra anfibi, uccelli e molluschi: cormorani, rodaballos (rombi) e percebes (pregiati frutti di mare rappresentanti il sostentamento degli 800 mariscadores, i raccoglitori di molluschi);
- 4500 famiglie di pescatori rimasti senza sostentamento;
- danni economici per 300 milioni di euro tra crediti agevolati, indennizzo alle famiglie, fondi destinati alla pulizia delle spiagge che durerà almeno un anno.
Negli ultimi 50 anni, accusano gli ambientalisti, si sono verificati 1300 incidenti a petroliere, di cui 21 gravissimi per l'equilibrio dell'ecosistema ed i provvedimenti amministrativi tardano ad arrivare. Certo, la Comunità Europea, lo scorso 14 novembre, ha approvato i testi di legge Erika 1 ed Erika 2 (in "onore" della famosa Erika che nel 1999 riversò al largo della Bretagna circa 20.000 tonnellate di greggio), che purtroppo entreranno in vigore solo dal prossimo anno e che lasciano la libertà ai singoli paesi membri di reiterarli nei rispettivi ordinamenti entro due anni, prevedendo la costituzione di un'Agenzia Europea per la sicurezza marittima con compiti di controllo dei requisiti della navigazione nelle aree portuali e degli impatti ambientali. La nuova direttiva sostituirà la Direttiva 90/313, ampliando e migliorando i diritti di accesso all'informazione da parte del pubblico. In particolare, la Direttiva sancisce il pieno diritto dei cittadini di accedere alle informazioni rilevanti per l'ambiente prodotte o comunque in possesso delle autorità pubbliche (per esempio, dati sulle emissioni inquinanti, sulle discariche, sulle valutazioni di impatto ambientale); spetta alle autorità pubbliche rendere tale diritto realmente fruibile, mediante la messa a disposizione, ad esempio via Internet, di tutta la documentazione pertinente.
Greenpeace, che tra l'altro è riuscita ad ottenere la proibizione di ripopolare il Mare del Nord con specie marine geneticamente modificate, sta portando avanti una campagna di diffusione dell'utilizzo di energie rinnovabili, come l'eolica e l'idrogeno, in sostituzione di quelle più inquinanti come il petrolio, puntando il dito soprattutto sul diritto del consumatore ad essere informato del possibile impatto ambientale derivato dall'utilizzo dei combustibili fossili e sulla facoltà di poter scegliere forme di energia pulita. Il problema principale è quello di sensibilizare l'opinione pubblica ai possibili effetti climatici apportati dalle emissioni incontrollate di CO2 e di residui radioattivi, dai quotidiani lavaggi delle stive delle petroliere e delle navi da crociera, dall'utilizzo dei tribulenti (tbt), sostanze tossiche riscontrabili nelle vernici protettive delle navi, responsabili di distruggere il sistema riproduttivo e nervoso di molti animali marini.
I verdetti scientifici sono a dir poco allarmanti: in assenza di pronti interventi da parte dei governi, nei prossimi cento anni la temperatura potrebbe aumentare di almeno 5° C ed il livello degli oceani crescere di 88 cm. Oltre che colpire i paesi sottosviluppati, è altissimo il rischio di incorrere in anomalie climatiche ed eventi estremi come alluvioni e siccità. Attualmente, le fonti di energia rinnovabile coprono meno del 20% del fabbisogno totale di energia primaria e, per questo, nel 1997 circa 170 Paesi hanno firmato a Kyoto un accordo, impegnandosi a diminuire del 5% i gas a effetto serra entro il 2010. Questo Protocollo è stato recentemente ratificato da quasi tutti i paesi che a Marrakesh, nell’ottobre 2001, si sono impegnati ad attuarlo a partire dal 2003; tutti, tranne gli Usa (il maggior produttore di CO2) che, all’ultimo momento, ha deciso di ritirarsi perché l’impegno preso sarebbe stato la causa dell’indebolimento dell’economia americana ed hanno rischiato di far saltare l’intero accordo, trascinandosi fuori anche il Giappone.
Esemplare risulta l'ecopolitica adottata dall'Islanda, firmataria del Protocollo di Kyoto in cui si è impegnata a ridurre del 10% l’emissione di scarichi, che sarà il primo paese al mondo ad abbandonare nei prossimi anni i gas serra come il petrolio, sostituendoli con quelli decisamente più puliti come l'idrogeno prodotto da vulcani e fiumi. Macchine, bus e navi islandesi saranno mosse da carburante pulito che nei tubi di scappamento genererà solo acqua: 180.000 veicoli e 2.500 pescherecci saranno convertiti nei prossimi trenta-quarant'anni. Fortunatamente, altre nove capitali europee, tra cui Madrid, Amsterdam, Amburgo attratte soprattutto dall'economicità del nuovo combustibile hanno deciso di sperimentare la velocità idrogena introducendola nei mezzi pubblici. Lunga vita, caro Pianeta!!!
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