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GIULIO ANDREOTTI

Giustizia - Scritto da Lecceweb - 01-08-2003

Sette volte presidente del Consiglio, otto volte ministro della Difesa, cinque volte ministro degli Esteri, due volte delle Finanze, del Bilancio e dell’Industria, una volta ministro del Tesoro e una ministro dell’Interno a soli 35 anni. Dal 1991 senatore a vita e sempre in Parlamento dal 1945 ad oggi. Mai stato segretario del suo partito, la DC. La storia di Giulio Andreotti è la storia stessa della Repubblica Italiana.

Nasce il 14 gennaio 1919 a Roma. Il più giovane di tre fratelli, perde il padre durante l’infanzia e da allora crescerà con la madre. Una sua zia usava dirgli spesso: "mai drammatizzare, ogni cosa può essere sistemata, mantieni un certo distacco, le cose importanti nella vita sono molto poche". E di questo Andreotti è sempre stato grato: "l'ho sempre vista come una cosa positiva, un modo per non reagire impulsivamente".

Si laurea in giurisprudenza, inizia la sua carriera politica come delegato nazionale dei gruppi democristiani e nel ‘45 partecipa all’Assemblea Costituente. A 28 anni è sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel quarto governo De Gasperi. Dopo numerosi incarichi ministeriali diventa per la prima volta presidente del Consiglio nel 1972 ma per soli 9 giorni. L’incarico gli viene affidato di nuovo nel ’76, nella stagione del compromesso storico tra Dc e Pci. Affronta la crisi economica e il terrorismo che insanguina l’Italia. E’ il momento dell’accordo tra Enrico Berlinguer e Aldo Moro. Lavorano alla nascita del governo di solidarietà nazionale che nel ’78 si accinge a formare sempre Andreotti e che il voto favorevole anche dei comunisti ma senza incarichi di governo.

Ma mentre il Parlamento si accinge a dare il voto di fiducia al governo Andreotti, il 16 Marzo arriva la notizia del rapimento di Aldo Moro da parte delle Br. I brigatisti vogliono che in cambio vengano liberati i detenuti politici ma i partiti e in testa Andreotti sposano la linea della fermezza. Moro viene trovato morto il 9 maggio del ’78 in una Renault 4 parcheggiata in via Caetani, nel centro di Roma, simbolicamente a metà strada tra Botteghe Oscure e Piazza del Gesù, sedi rispettivamente di Pci e Dc. E’ un momento oscuro. I veleni legati al memoriale scritto dal presidente della Dc durante il suo sequestro, affioreranno in mezzo a storie di servizi segreti, ricatti e tragiche vicende che coinvolgeranno anche Andreotti.

Berlinguer torna all’opposizione, finisce il compromesso storico e nuovo presidente del Consiglio è Arnaldo Forlani. Andreotti si ritira per qualche anno fino al governo Craxi del 1983, quando assume la carica di ministro degli Esteri. A capo della Farnesina viene confermato anche nel secondo governo Craxi e negli esecutivi di Fanfani, Goria e De Mita. La distensione è la sua arma migliore in materia di geopolitica.

Gli anni Ottanta si chiudono con il patto di ferro con Craxi e Forlani, il Caf. Andreotti sale a Palazzo Chigi e Forlani alla segreteria democristiana. Nel ’91 Andreotti forma un nuovo esecutivo, l’ultimo perché la Dc viene travolta dall’inchiesta di Tangentopoli.

Andreotti non entra inizialmente nelle indagini. Ma a metà degli anni Novanta viene processato da due procure: quella di Perugia e quella di Palermo. I magistrati umbri lo accusano di essere il mandante dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, il direttore dell’Op, ucciso il 20 marzo del ’79. L’11 aprile 1996 comincia il processo, 169 udienze, il 24 settembre 1999 viene pronunciato il verdetto che lo assolve “per non aver commesso il fatto”.

A Palermo l’accusa è quella di essere colluso con la mafia. Il 23 marzo del '93 l'ufficio di Giancarlo Caselli inoltra al Senato la richiesta di autorizzazione a procedere per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo i magistrati Andreotti avrebbe favorito la mafia nel controllo degli appalti in Sicilia attraverso la mediazione di Salvo Lima. Autorizzazione concessa. Il 26 settembre del '95, i Pm chiedono 15 anni di reclusione. Il processo di primo grado si chiude il 23 ottobre 1999: Giulio Andreotti viene assolto perché "il fatto non sussiste”. Ricorso in appello. Siamo ai nostri giorni: per i fatti precedenti al 1982 i reati cadono in prescrizione; confermata invece l'assoluzione pronunciata dal Tribunale tre anni prima per l'associazione mafiosa.

Di lui Craxi ha detto: "E’ una volpe. Ma prima o poi tutte le volpi finiscono in pellicceria". La storia sembra dargli torto.

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