MATRIX, ULTIMO ATTO?
Spettacolo - Scritto da Lecceweb - 02-04-2004
Gli orologi delle sale di tutto il mondo sono stati sincronizzati sulla stessa ora, quella di Matrix. Ciò che ha inizio, ha anche una fine, sembra promettere lo slogan di Matrix revolutions, ultimo volume della lotta di Neo e compagni per l’emancipazione del genere umano dalla matrice. Anche se il finale mantiene aperte delle incognite e non è quindi detto che i fratelli Wachowski non si abbiano deciso riservarsi un’entrata di servizio.
Seguito il coniglio bianco giù per la sua lunga e tortuosa tana, all’eletto e la sua squadra di ribelli spetta ora la battaglia finale contro le macchine e i loro programmi, contro l’agente Smith, per salvare Zion dalla distruzione.
Una battaglia annunciata fin da principio che non risparmia emozioni e colpi di scena.
L’inizio, drammatico e cupo, dà l'impronta a tutto il film. Perché viene meno la fiducia cieca di Morpheus, che deve affrontare la rivelazione che colui sul quale aveva fondato tutte le sue speranze, è solo un altro sistema di controllo inventato dagli architetti di Matrix.
Neo intanto si risveglia lentamente dal coma nel quale aveva concluso le sue avventure in Reloaded, per trovarsi a dover iniziare una drammatica missione: andare da solo ad affrontare gli agenti speciali, in un viaggio che può essere senza ritorno.
Neo non si sottrae a nulla, perché – come gli dice Smith in un combattimento corpo a corpo che è l’apice visivo del film, nonché uno dei picchi emotivi - "ha una sensibilità particolare. Non generica, come quella degli altri eletti, ma acuita dalla convinzione che quel che sta facendo è giusto”.
Come in tutte le epopee che si rispettino, il Bene deve vincere sul Male, ma ad un prezzo molto alto. Revolutions è diverso dai due film che l’hanno preceduto: non ha il substrato filosofico del primo, ma una densità di messaggi “esistenziali”; non ha i combattimenti marziali e gli effetti da mission impossible di reloaded, ma gioca sulla trasformazione metallica delle immagini.
Il messaggio principale è l’impossibilità di sapere veramente chi sono gli altri: nella fattispecie, dall’Oracolo, in poi. Una paura antichissima dell’uomo, che ritorna in chiave ipertecnologica, ma anche il platonico mito della caverna fa la sua parte.
Dunque, la realtà non esiste. La trilogia dei fratelli Wachowski lo afferma, lo ribadisce e lo rilancia di continuo, così da toglierci ogni volta l'illusione di avere afferrato qualcosa della dicotomia virtuale-reale, che nel mondo di Matrix non ha alcun senso. E qui va cercata, con tutta probabilità, la vera rivoluzione della trilogia. La rivoluzione consiste nell'aver portato l'immateriale non solo nel racconto (la Matrice), dove c'era già da tempo, ma negli stessi personaggi interpretati da Keanu Reeves e dagli altri attori. Qui il nemico, o l'alleato, è immateriale personificato: un programma (l'Uomo del treno, il Fabbricante di chiavi), un virus (l'agente Smith), una password (l'Oracolo). Non solo: lo stesso eroe Neo, che all'inizio credevamo un hacker, altro non è se non "un'anomalia di sistema". Una lotta di programmi contro programmi, di bene e male, come un fulmine nella tempesta. L’istante stesso in cui nasce la vita. |