OMBRE ELETTRICHE
Spettacolo - Scritto da Lecceweb - 06-03-2003
L’Europa, per un cinquantennio filo-americana, volge lo sguardo ad Est o l’Oriente sta occidentalizzandosi? In una società “mobile”, che ha superato qualsiasi confine spazio-temporale, in cui si avverte sempre di più l’esigenza di integrazione sociale, culturale e religiosa, lo spettatore occidentale si riscopre sensibile ai richiami delle filosofie e delle dottrine dell’anima, attratto da visioni e rappresentazioni di luoghi esotici e lontani; allo stesso tempo, quello orientale si lascia trasportare dalle effimere fascinazioni del cinema hollywoodiano. Il risultato, un connubio tra spiritualismo e neorealismo, può essere sintetizzato da un’immagine di “Keep Kool”, del cinese Zhang Yimou, in cui una giovane cinese attraversa Pechino in bicicletta, indossando una T-shirt recante la scritta “I love N.Y.”! D’altronde, non stupisce che l’ex colonia britannica di Hong Kong rispecchi i modelli occidentali.
Le produzioni cantonesi contemporanee, in ogni caso, rivalutano la propria identità, fotografando con più libertà d’espressione temi sociali violenti, a differenza di quelle mandarine, di cui pur costituiscono il baluardo, incentrate più sulle love story: “Oasis”, del coreano Lee Chang-dong, tratta la risoluzione di un amore impossibile; “Dolls”, del maestro Takeshi Kitano, rappresenta la condizione di una coppia in crisi, il cui destino sembra irrimediabilmente legato alla perdita di se stessi come condizione naturale per il ritrovamento dell’equilibrio; la pellicola in bianco e nero “A snake of June” di Tsukamoto esprime la necessità di soffrire per conoscersi.
I generi, dunque, si amalgamano in una commistione inestricabile di commedia, musical, azione, horror ed erotismo; spunta la via dell’eccesso, dell’accelerazione esasperata come unico mezzo per accostarsi alla linearità, alla normalità. Wisit Sasanatieng, ne “Le lacrime della tigre nera”, narra con la plasticità di un realismo ingenuo, fatto anche di didascalie e vignette, la condizione giovanile direttamente sulla pelle dei protagonisti, spostando l’attenzione sulla non-forma più che sulla conformazione degli oggetti. Da Venezia a Locarno, da Roma a Udine, da Cannes a Barcellona, i registi delle “ombre elettriche” (appellativo popolare della cinematografia masala) hanno dato grande prova di immaginazione, superando la censura e l’indifferenza di un pubblico di massa ancora poco avvezzo alle sperimentazioni di un cinema instabile, feroce, poetico e spiazzante (nonostante la produzione di quasi 600 films all’anno, per un pubblico di 100 milioni di spettatori, l’industria “Bollywoodiana” - di Bombay - è regolarmente in perdita!).
Se siete amanti del trascendentale, potreste immergervi nella terza edizione dell’Asiatica Film Mediale, il Festival romano dedicato soprattutto al cinema di Calcutta, dal muto ai nostri giorni, con una sezione speciale su quello nipponico contemporaneo e quello tahilandese. Quaranta pellicole inedite provenienti da Afganistan, Cambogia, Cina, Corea del Sud, Filippine, Giappone, Hong kong, India, Indonesia, Iran, Iraq e Sri Lanka: “The mystic masseur” di Ismail Merchant; “Let’s love Hong Kong” dell’esordiente Yau Ching; “The desert valley” del vietnamita Phan Nhue Giang; “Some day in the future” di Dharmasena Pathiraja…
Buona visione!!! |